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Senza copione

Pierluigi Conti



Smashwords Edition

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Pierluigi Conti



Copyright © 2018
Pierluigi Conti



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To Brenda
my Wife

Indice

Ringraziamenti

La leggenda

Da dove vengo

Chi sono

L'altro

Mafalda

Dove ( cazzo) vado

La citta dei diamanti

Derive

La famiglia

Io super io e altre frattaglie

La stagione delle piante grasse

L'isola delle gemme

Al Cliver. Chi era costui?

I successi

Gli insuccessi

Il favoloso mondo del cinema

L'isola degli dei

La spina di pesce

Che hai fatto

The Legend

La leggenda

Ero arrivato alla periferia di Piacenza in autostop per risparmiare i soldi del treno. Avanzavo lievemente zoppicando alla ricerca della foresteria dei campi da rugby. Finalmente, dopo cinque anni in cui mi ero fatto strattonare, calpestare, inseguire da mandrie di avversari, seppellire nel fango da corpi sudati e obesi, il più delle volte sotto piogge torrenziali, la federazione italiana rugby aveva deciso che era il momento di internazionalizzare queste mie capacità di sofferenza, convocandomi per il raduno della nazionale giovanile.

I selezionatori, dopo aver saputo di me, erano venuti a vedermi giocare una strepitosa partita a Roma contro il Veneto. Rimasti positivamente impressionati, avevano chiesto al mio allenatore Gianni delle mie condizioni fisiche: «Ottime, ottime!» aveva risposto. Ero ormai in prossimità dei campi da gioco, una dolorosa fitta mi attanagliava all’altezza di un rene – un colpo preso durante la stagione – avevo bisogno di un lungo massaggio e di molto riscaldamento per poter superare il fastidio. Alle dieci dita dei piedi mancavano almeno tre o quattro unghie, altrettante erano violacee, ma la ciliegina sulla torta erano le mie chiappe. Un buon placcatore effettua almeno 20/25 placcaggi a partita e, una volta afferrato l’avversario, atterra regolarmente sul fondoschiena, qualsiasi terreno ci sia: prato, fango, fango ghiacciato. Alla fine della stagione, il risultato era di 3/4 cm quadrati di carne viva su ambo i lati; il semplice contatto con la seta mi era insopportabile, figuriamoci con un paio di jeans. Dovevo costantemente ricoprire la piaga di uno spesso strato di crema, garza e cerotti, solo per poter camminare.

Avevo fatto presente a Gianni le mie “ottime” condizioni fisiche: «Cazzate! Cazzate! Cazzate! Sei diventato un vigliacco? Ti caghi sotto adesso?». «A Già, io non mi sono mai cagato addosso, lo sai!». «Certo, il signorino, quando si tratta di giocare con qualche squadretta di periferia, fa il gradasso. Ora che finalmente incontrate una squadra seria ti caghi sotto. Dillo! Dillo! Così almeno non ti mando ed evitiamo di fare una figuraccia, tu, io, la squadra e Roma». Poi, rivolto a noi quattro convocati: «Aoh, e non pensate neanche lontanamente di tornare a Roma se non avete vinto, ché vi prendo a calci sino a oltre il raccordo!». «A Già, ma se nessuno ha mai vinto contro la Francia!». «Zitto, cagasotto».

Gianni non era stato un grande giocatore, ma nel corso della carriera aveva mostrato notevole coraggio, ben oltre le sue doti fisiche, facendosi molto rispettare nell’ambiente. Era grande invece come allenatore della giovanile, un signore d’animo e nobile di origine. Fuori dal campo era socialmente lontano anni luce da noi, eppure sarebbe stato disposto ad infilarsi in qualsiasi situazione pur di tirarci fuori dai guai.

Alla foresteria pian piano arrivammo tutti noi, i venti convocati. Lollo Levorato, l’allenatore, un mito per noi, e Lillo, il massaggiatore, già ci attendevano per indicarci le stanze, ma con l’euforia che girava, chi aveva voglia di stare in stanza? Una cacofonia di voci e di dialetti imperava per i corridoi e per le camere. Ci stavamo annusando come dei cani sciolti. Per anni avevamo giocato gli uni contro gli altri, ci avevano incitato a giocare duro, per insegnarci a sovrastare la personalità dell’avversario, ed ora avremmo dovuto creare una squadra. Di alcuni avevamo stima, anche se non volevamo ostentarla; altri, pochi in verità, ci erano sconosciuti.

Niente avrebbe potuto cementare di più la nostra futura squadra quanto un pasto caldo. A cena, seduti davanti a degli spaghetti fumanti, eravamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda. I miei li sbranai, poi mi guardai intorno: «Aoh, a Treviso, ma che fai, li lasci?». «Se vuoi prendili». «E da'!». Ripulii anche il suo piatto, poi mi alzai in piedi per allargare il mio orizzonte di predatore; ovunque la mia vista scorgeva avanzi, la mia bocca provvedeva a farli sparire. La fame o l’ingordigia? Chissà, comunque era una mia compagna costante.

Dopo un viaggio movimentato, una cena abbondante, anche per i miei parametri, un’oretta trascorsa a cazzeggiare con i nuovi e vecchi amici, crollai a letto. L’indomani, dopo colazione, tutti eccitati all’idea di iniziare il primo allenamento, scoprimmo che non si trattava di un allenamento fisico bensì lessicale: «Da questo momento parlate tutti l’italiano! Non voglio più sentire: “Oéh, accatta 'a palla! Aoh, accà accà!”». Sentenziò Levorato. «Io nun lo saccio l’italiano». Azzardò a replicare Paoletti, il tallonatore dell’Aquila. «E se nun lo sacci te ne starai in panchina durante la partita!».

La cosa durò cinque minuti, poi, tra un placcaggio e un passaggio, ci risultò più facile imparare a capire quattro o cinque dialetti che a esprimerci in italiano. Levorato, quando realizzò che rischiava di affrontare la Francia con l’intera squadra in panchina, si mise l’animo in pace e si rassegnò.

Penso che nessuno di noi fosse un secchione a scuola, anzi sono sicuro che eravamo gente da ultimo banco, quelli per cui andare a scuola era più che altro un optional. Stare lì in ritiro, senza dover frequentare le lezioni, pensando solo a giocare, a mangiare e a cazzareggiare, era senz’altro quello che per noi più si avvicinava ad una situazione pressoché idilliaca. Avevamo diciott’anni, e non sapevamo che non li avremmo più riavuti.

Col passare dei giorni, sotto questa patina di euforia collettiva, andava crescendo pian piano un nervosismo latente, un'ansia mascherata. Ci rendevamo conto che non era più una scusa per non frequentare la scuola, ma che eravamo lì perché eravamo i migliori venti rugbisti della nostra età.

Nonostante l’aspetto rude, come si presume dovesse essere questo sport, eravamo coccolati, curati, accuditi. Tutta la mia ‘ottima’ condizione fisica fu esaminata dettagliatamente, si cercò di trovare una soluzione ad ogni problema. Non ci sentivamo mai soli, eravamo seguiti come una cucciolata di cani di razza pronti per un concorso. La nostra competizione si chiamava “Francia”. Una squadra che non aveva mai perso contro di noi. Il miglior risultato c’era stato una quindicina di anni prima, quando Levorato e la sua formazione vincevano sino a tre minuti dalla fine, poi persero per tre punti di differenza. Altre volte, infatti, era spesso finita con 20/30 punti di scarto.

Finalmente arrivò il gran giorno. Era una domenica soleggiata, le strade erano piene di piacentini in festa. A noi fu dato il permesso di star fuori dalla foresteria per un'ora, andammo in giro per la città con l’atteggiamento di emigranti spaesati, a gruppetti di cinque, sei persone vagammo a destra, a sinistra, ma di francesi neanche l’ombra. Delusi, ci riunimmo alla mensa.

«Chilli tengono paura! M’hanno visto a me e so' fuijuti! Ah ah!». «Allora avémo gia vinto! Per abbandono!». Un susseguirsi di stupidaggini accompagnò l’attesa del pasto. La partita era programmata per le due, erano le undici. Il pranzo fu una solenne delusione: la pasta non ce la portarono, il pane neanche, arrivarono invece tre fette di prosciutto magro a testa, insieme a un pacchettino di grissini denutriti. Finii la mia porzione e, come consuetudine, mi guardai intorno: giornataccia, neanche una briciola di grissino era avanzata. Arrivò poi un piatto con una fettina di manzo leggera leggera, accompagnata da un ciuffo di spinaci bolliti. La fame ci aveva contagiato a tutti. Si alzò una voce: «A Levorato! I francesi ci vinceranno per fame!». «Dovete stare leggeri, questo vi deve bastare». Arrivò anche la frutta: tre prugne cotte a testa. Nessuno le toccò. Io mangiai le mie e, lentamente, quelle dei miei compagni. Praticamente ne mangiai circa cinquantasei, cinquantasette.

Ci caricarono su un pulmino e ci portarono allo stadio comunale. Nello spogliatoio ricordo una certa aria tesa: eccetto otto o nove di noi, gli altri non erano confermati. Levorato si mise in mezzo allo spogliatoio, su di una pila di magliette: «Numero uno, Paoletti!». E gliela gettò. «Numero due, Mazzari, numero tre, Zelin, quattro a …, cinque …, sei …, numero sette, Conti». C’ero. Afferrai la maglietta al volo e incominciai a spogliarmi. Giocavo.

«Mi hanno detto che ti chiamano “il Roscio” e che quando placchi fai male. Aoh, mi senti? Sto parlando a te!». «Sì! Sì! Mi chiamano “il Roscio”». Odiavo essere toccato, eppure giocavo a rugby; odiavo essere massaggiato, odiavo le creme, l’olio proteggente, odiavo qualsiasi cosa sul corpo. Vedere questo signore cinquantenne, mentre io ne avevo diciannove, accucciato ai miei piedi, che mi oliava le gambe facendomi vibrare i polpacci, cercando di allungarmeli, incazzato come una iena, mi poneva in uno stato particolarmente accondiscendente.

«Roscio, quelli non sanno cosa li aspetta, quelli pensano di essere venuti qui a fare una passeggiata. Aoh, ma mi stai ascoltando?». «Sì, sì, ti sto ascoltando!». Incominciai a sentirmi teso, lo stomaco emise uno strano rumore. «Faglielo sentire il placcaggio, entra duro! Fagli sentire la spalla! Vedrai che incominceranno a tremare dopo tre, quattro volte. Io e Levorato ci aspettiamo grandi cose da te! Hai capito?». «Eh sì, sì, ho capito!». Non volevo contraddirlo dicendogli che quelli erano abituati a giocare duro, uno in più o in meno non avrebbe fatto nessuna differenza per loro. «Alzati, come va la schiena? Piegati. Senti niente?». «No, no, va bene». Lasciai il mio posto ad un altro e mentre mi allontanavo sentii che ricominciava la filippica: «A Gio’, quelli non sanno cosa li aspetta! Quelli pensano di essere venuti qui a fare una passeggiata… ».

Il discorso del coach fu meno esplicito, più basato sull’onore, la responsabilità di rappresentare l’Italia, sul fatto che avremmo dovuto dare tutto. Ad ogni domanda rispondevamo in coro:

«Vinceremo?». «Sììì». «Rimarrà alla storia questa partita?». «Sììì». «Siamo degni di stare qui in questo momento e di indossare questa maglietta?». «Sììì». «Bene, allora uscite in campo e riscaldatevi». «Sììì».

Ci avviammo verso il campo, qualcuno doveva avermi fatto una pera di cocaina senza che me ne fossi accorto, tanto ero carico. Uscimmo dai corridoi e ci apparve il campo. Questa volta era un campo vero, non un campetto di periferia; c’erano spalti tutto intorno, almeno otto, diecimila persone; quando ci videro iniziarono a scandire: I-T-A-L-I-A! I-T-A-L-I-A!Sgambettai un po', effettuai un paio di passaggi con i miei compagni, il mio stomaco borbottò con più insistenza. L’emozione, il pathos. Mi dissi: «Tra cinque minuti mi passerà tutto».

All’inno di Mameli iniziai a sentire dei seri crampi allo stomaco, dei rumori sconosciuti provenivano dalla pancia. L’arbitro lanciò in aria la monetina, cadde sul terreno, la raccolse, la mostrò ai capitani delle due squadre. Attaccavamo noi, avremmo calciato, inseguito la palla. Il nostro capitano sentenziò: «Li uccidiamo!». «Sììì!» rispondemmo in coro. Poi tutto si svolse al rallentatore. Il nostro calciatore prese la rincorsa, calciò, la palla salì alta in cielo, ed io partii. Percorsi appena cinque, sei passi, poi strinsi le chiappe e mi fermai.

Si dice che in punto di morte si riveda lo svolgersi della propria vita. Io stavo morendo sportivamente. Rividi gli anni di allenamento, le sofferenze, il fango, Gianni che sotto la pioggia mi correva accanto urlando: «Cazzata! Cazzata! Non si fa così!». I colpi, il viso schiacciato nel fango sotto un ammasso di corpi, e tutto questo sarebbe andato perduto solo perché una diarrea dirompente mi aveva assalito. Se fossi uscito sarei diventato la barzelletta per i prossimi secoli. «Si è cagato addosso contro la Francia!». La voce si sarebbe propagata come tanti rigagnoli d’acqua.

Fu allora che lo vidi.

Non lo vedevo dal giorno che era morto, stava lì, oltre la linea di meta avversaria, sempre distinto col suo completo bianco. Mio nonno mi osservava e la sua voce mi arrivò chiara.

«Allora? Tutti questi anni hai rimpianto che non ti sono venuto a vedere. Ora sono qui!». Non indugiai più, partii a razzo lasciandomi appresso una scia di merda. Non pensai più allo stomaco, ai crampi, alla scia, mi concentrai solo sulla partita, come mi avevano insegnato a fare. Afferrai corpi, mi impossessai della palla, mi insinuai nelle mischie, ringhiai agli avversari, poi finalmente la palla uscì dal campo nei pressi della nostra panchina. Ero completamente marrone, mi precipitai da Levorato.

«A Levora', c’ho la diarrea!». «E allora? Non è mica contro il regolamento». Poi, con piglio deciso, ordinò: «Lillo, cambiamogli i pantaloncini». Levorato afferrò un asciugamano, divaricò le braccia e le gambe, e a mo' di séparé cercò di impedire la visuale al pubblico. Lillo mi tolse i pantaloncini; poi, con un movimento risoluto, afferrò la pompa dell’acqua e con fare da pompiere mi lavò le chiappe, qualcun altro mi passò dei pantaloncini puliti. Alcuni spettatori, avendo notato che ero l’unico “infangato”, pensarono fossi un fuori classe, si affacciarono oltre le transenne e domandarono chi fossi. «Il Roscio» rispose prontamente Lillo.

Rientrai in campo, lanciai uno sguardo oltre la linea di meta avversaria, ma “lui” non era più lì. Dopo qualche minuto udii lo stadio scandire: «Roscio! Roscio!». La merda mi arrivava alle orecchie, ma oramai nulla aveva importanza, avevo raggiunto uno stadio oltre l’imbarazzo, oltre la stanchezza, oltre la sofferenza, la partita per me si stava svolgendo al ralenti. Un “Nirvana sportivo”, potremmo definirlo. Vedevo i volti dei miei avversari che con disgusto e raccapriccio cercavano disperatamente di afferrare il mio corpo scivoloso. I francesi erano dei duri, ma non avevano mai giocato contro una torpedo di escrementi. Ogni volta che la palla usciva dalla parte della nostra panchina il coach mi raggiungeva col suo asciugamano, allargava le braccia, per proteggere le mie indecenze; io divaricavo leggermente le gambe, Lillo afferrava la pompa, mi calava i pantaloncini e spruzzava contro le mie chiappe arrossate. Un veloce massaggio con della pomata sul culo e mi ributtavano in campo. Nel far ciò urlava: «Sììì, così, sì! Così, Roscio, gli hai messo paura! Non vedi che ce ne vogliono cinque per fermarti? Penetra che non ti fermano».

Continuai così sino a circa quindici minuti dalla fine; poi, mentre mi accingevo per un ennesimo cambio, Levorato mi mise la mano sulla spalla: «Basta così, Roscio». «Ma sto bene! Non cago quasi più!». «Lo so. Ma sono finiti i pantaloncini».

Mi avviai verso gli spogliatoi mentre pian piano la stanchezza mi assaliva. Sotto la doccia, il getto dell’acqua calda mi rilassava, per un attimo pensai che in fondo la storia dell’umanità era stata un susseguirsi anche di cagate. Io non avevo fatto altro che dare il mio piccolo contributo.

Perdemmo solo per due punti di differenza, fu il miglior risultato raggiunto sino ad allora. Il pomeriggio tardi prendemmo i vari treni, ognuno per la sua destinazione, io obbiettai: «Non ho il biglietto». «Fottitene, ti nascondiamo nella toilette, tanto lì stai bene, così nun impuzzolentisci lo scompartimento!». Vedevo che ci tenevano, era un omaggio che mi tributavano. Accettai il rischio.

Qualche tempo dopo, Levorato scrisse una lettera a Gianni chiedendogli se c’era la possibilità di adottarmi virtualmente: avrei giocato nella sua squadra e, dal momento che non aveva figli, avrei potuto vivere con lui e sua moglie, lavorando al loro bar. Ma io, ormai, a quell’epoca, mi ero già perso.

La notizia della partita ci precedette lungo le rotaie del treno, attraverso gli Appennini; si incuneò nelle gallerie prima di noi, ed arrivò a Roma. Quando, a notte tarda, arrivammo sulla banchina solitaria della stazione Termini, Gianni ci attendeva. Sorrise a tutti e quattro, poi, serio, mi guardò: «A Roscio, ero sicuro che contro la Francia ti saresti cagato addosso!». I giocatori della mia generazione crebbero, si sposarono, raccontarono la storia ai propri figli, e quelli a loro volta la raccontarono ai loro.

Così nacque “la leggenda”.

Da dove vengo

Il ricordo più antico che ho è un odore: l’odore di nafta e di salsedine mischiati. Vedo le onde del mare infrangersi sotto di me contro lo scafo creando baffi di schiuma bianca. Io, con una manina, afferro la ringhiera spessa dalle mille mani di vernice del piroscafo, mentre con l’altra mia nonna mi tiene saldamente. Stiamo tornando in Italia, dopo la guerra del canale di Suez, tra inglesi ed egiziani. La seconda guerra mondiale era finita da una decina di anni. Il colonnello Gamal Abdel Nasser, dopo aver nazionalizzato quella via d’acqua di importanza mondiale, diede ai colonialisti pochi giorni di tempo per ritornare ai rispettivi Paesi, portando con sé solo i vestiti. Gli averi rimasero lì, in Egitto.

Esperia si chiamava la nave. È strano che, per tutta la vita, seduto in macchina, concentrato, prima di andare a qualche cena di famiglia a casa delle compagne che ho avuto, abbia dovuto sempre chiedere: «Dunque, come si chiama tua sorella grande? E quella piccola? E tua madre? E i nipotini?». Invece, a distanza di cinquant'anni, ricordo perfettamente il nome della nave che ci riportò in Italia, ma soprattutto l’odore.

Mia nonna è la prima volta che ritorna nel suo Paese. È arrivata in Egitto subito dopo la prima guerra mondiale. Il fronte, come al solito, aveva ceduto, la gente era sfollata, lei aveva fatto a piedi dal Friuli sino in Emilia. Poi, finita la guerra, essendo orfana e non avendo più nulla che la legasse a quel posto, ricordandosi di una sorella maggiore che era partita anni prima, aveva continuato il viaggio verso il sud. A Napoli, era riuscita ad imbarcarsi per l’Egitto.

Zia Maria, la sorella, identica, che nel frattempo si era sposata con un ricco ebreo proprietario di numerose sale cinematografiche, garages e qualche appartamento, divenuta oramai donna di alta classe, invitata a cene e ricevimenti, vedendosi arrivare, inaspettatamente, la sorellina contadina, che non le poteva essere più lontana per mentalità e maniere, dopo un attimo di panico, col pragmatismo che contraddistingue i friulani, la rivestì, la truccò e organizzò una mega festa nella sua villa, invitando tutta la gioventù europea. Lo scopo era ben chiaro: accasarla per togliersela di torno. Le sorelle erano due belle donne, con il loro colorito chiaro, la capigliatura bionda dalla lunga treccia arrotolata e gli occhi celesti.

Il mio futuro nonno, all’epoca, non era un buon partito, ma era un lavoratore, ottimo sportivo, distinto, di origini pugliesi, un po’ all’antica. Lavorava come direttore in un circolo sportivo ad Ismailia, alternava il lavoro a eterne partite di tennis con i soci e vigorose vogate sul Nilo, il suo sport preferito, il ‘due con’. Affascinato, si propose, ma fu respinto. Come tutti gli sportivi di razza, che non badano alle sconfitte durante la partita, ma al risultato finale, si ripresentò, fu respinto di nuovo. Alla fine, l’influenza di zia Maria ebbe il sopravvento, e si sposarono. Nacquero due figlie: Nunzia, che poi per il resto della sua vita si fece cambiare il nome in Nancy, mia madre, e zia Grigri. E vissero felici e contenti sino all'inizio della seconda guerra mondiale.

Allo scoppio della guerra, anzi alla vigilia, si presentò casa per casa la polizia inglese e, con grande trambusto, deportò tutti i cittadini italiani. In quella occasione nacque l’attività del S.S.C.I. (Servizio Segreto Casalinghe Italiane). Fu una lunga notte di pianti, urla, tremori, angoscia, ma una volta passata la nottata, con le prime luci del nuovo giorno, le donne iniziarono ad organizzarsi, prima in piccoli gruppi, poi sempre più numerose, sino a comprendere l’intera gamma delle donne italiane residenti lì. Furono convocate tutte le governanti, le bambinaie, le sartine egiziane che lavoravano alle loro dipendenze, fu impartito un solo ordine: trovare dove avevano portato i loro uomini.

In meno di ventiquattr'ore si seppe che erano temporaneamente detenuti in una caserma in periferia. Ciò non bastò al S.S.C.I., fu impartito un nuovo ordine: scoprire quale fosse la destinazione finale. Ciò richiese più impegno. Furono creati fondi, coinvolti strani personaggi, furono distribuite mance, effettuate promesse, messe a disposizione case per riunioni, la poderosa neonata S.S.C.I., priva di esperienza, ma fornita di grande intuito femminile e determinazione, non si arrestò di fronte a nulla.

Ovviamente, riuscire a sapere il luogo di deportazione richiese notevoli sforzi. Tutte le persone coinvolte furono sollevate dai loro impegni lavorativi. Donne velate percorrevano i bazar parlando animatamente con fruttivendoli, portieri, poliziotti, funzionari, amici di amici, parenti. Ma i risultati tardavano ad arrivare. Fu interpellata la Curia, la Chiesa ortodossa, la maronita, la protestante, furono fatte offerte alle moschee, furono lanciati timidi ponti verso la Chiesa anglicana. Finalmente, dopo alcuni giorni, si conobbe la meta finale. Deserto. A trenta chilometri circa fuori dal Cairo, si stava allestendo una enorme tendopoli per ospitarli. Ma il colpo grosso che fece passare il S.S.C.I. alla storia fu un altro.

Il cugino di seconde nozze di un calzolaio che aveva la propria attività davanti alla moschea di *** era il macchinista della locomotiva che avrebbe trasportato il convoglio con i deportati nel deserto. Iniziò dunque una intensa e febbrile attività diplomatica. L’uomo era un tranquillo musulmano sempliciotto, orgoglioso del suo lavoro, fedele alle proprie origini. Fu convocato per una riunione segreta in una casa sicura messa a disposizione dal Servizio. Arrivò trafelato e sudato in bicicletta, si ritrovò seduto da solo in mezzo ad un salotto circondato da una cinquantina di donne esagitate, che lo osservavano famelicamente. Le voci iniziarono a sovrapporsi, si alzarono i toni, il poveretto aprì un paio di volte la bocca, come un pesce in agonia, gli occhi inebetiti, ed ebbe un leggero mancamento. Fu prontamente sorretto, apparvero decine di ventagli, gli fu portata una limonata ghiacciata con parecchio zucchero. Alcune fra le attiviste più irruenti furono redarguite, si mise finalmente ordine alla riunione e si attese che il macchinista si riprendesse e comunicasse le preziose informazioni in suo possesso. Sarebbero stati trasportati dalla caserma sino ad una località situata ad una cinquantina di chilometri nel deserto, col treno; la data non era ancora certa. Apparve miracolosamente una carta topografica abbastanza precisa che riportava anche il tracciato della ferrovia. Fu attentamente studiata, furono misurati i rettilinei, analizzate le pendenze, studiate le curvature del tracciato, fu offerta altra limonata e venne pattuito riservatamente un accordo con il macchinista.

Il convoglio sarebbe partito all’alba di un determinato giorno, a cinque chilometri circa prima di inoltrarsi nel deserto, le rotaie compivano una stretta curva un po' in salita tra due colline di dune. Il macchinista avrebbe fatto fischiare la sirena della locomotiva un chilometro prima, poi una seconda volta a cinquecento metri. Per infine rallentare, proprio in quel punto in mezzo alle dune.

Non so come trascorse la nottata mia nonna, se riuscì a dormire o meno, ricordo che prima dell’alba si vestì, prese tutti i soldi che c’erano a casa, e così armata si raggruppò con le altre connazionali. Tutte insieme si diressero per appostarsi oltre la duna stabilita. La via Lattea lentamente lasciò il posto all’alba, il freddo notturno si attenuò, sorse enorme il sole all’orizzonte tingendo le dune di rosa. Molte centinaia di donne, sdraiate immobili sulla sabbia, nascoste dalla vetta della duna, attendevano il passaggio del convoglio.

Finalmente si udì un fischio da lontano, poi, dopo una pausa che sembrò interminabile, un secondo, il treno apparve sbuffando e rallentò. Tutte le donne si alzarono all’unisono, come ad un sol comando; raccolsero in grembo le loro sottane, scavalcarono la cresta della duna e, ora correndo, ora rotolando, perdendo scarpe e scialli, si precipitarono giù lungo il pendio. Fu un assalto che avrebbe reso fiero Lawrence d’Arabia.

Arrivarono sul fianco del treno quasi simultaneamente, iniziarono a percorrerlo, chi verso la locomotiva, chi verso la coda, in modo caotico, a volte compiendo dei salti sul posto per poter vedere meglio l’interno, a volte tornando sui propri passi, il tutto senza un reale raziocinio. Mia nonna riconobbe dallo spioncino di una carrozza la mano di mio nonno e, come una gatta che difende la propria prole, si arrampicò sulla parete del vagone, si affacciò allo spioncino. Nella calca interna intravide metà volto e urlò: «Ottavio, prendi! Non preoccuparti per noi!». Si tolse i soldi dal reggiseno e glieli porse. Poi, come un salmone che ha faticosamente risalito un fiume e compiuto il proprio dovere, si lasciò andare e cadde lunga, distesa sulla sabbia, incurante delle urla della folla che la calpestava, dello sferragliare delle carrozze del treno che si allontanava, riacquistando lentamente velocità con un ultimo fischio di avvertimento.

Non so come la nonna abbia fatto ad andare avanti durante i quattro anni di guerra con due figlie a carico. Ma questo è un problema di donne, si sa, le donne sono avvezze a questo genere di cose. Una enorme tendopoli era stata allestita dall’esercito inglese per accogliere i civili italiani.

Anni dopo seppi che la cosa che più ossessionò i nostri connazionali fu la noia ed il costante pensiero della famiglia. Anni trascorsi nel deserto, con l’unico divertimento di creare una buca nella sabbia e scommettere sigarette sui combattimenti degli scorpioni. Unica distrazione, soltanto la possibilità di una visita dei familiari ogni quindici giorni. Cosa che mia nonna non mancò mai di fare, portandosi sempre appresso le due figlie, una oramai diciottenne e l’altra di un anno inferiore.

Anche il mio futuro padre era internato nella tendopoli. Soltanto che aveva due tende a sua disposizione. Una nella quale alloggiava, l’altra nella quale era custodita la sua vettura; una grande cosa bianca, decapottabile, piena di cromature, una specie di Bugatti. Lui si svegliava alle cinque del pomeriggio, alcuni inservienti gli portavano un po' di acqua calda per rasarsi, allora si usava insaponarsi il viso con il pennello. Poi, scambiate due chiacchiere con gli ufficiali inglesi, verso le otto, un inserviente egiziano si preoccupava di smantellare la tenda della Bugatti e verso le nove mio padre, alla guida della sua splendida auto, usciva dai cancelli della tendopoli, con quattro, cinque ufficiali a bordo, e si avviava verso il Cairo.

Mio padre è la persona più ignorante che io abbia mai conosciuto. Per “ignorante” intendo proprio “ignorare”; ignorava tutto. Non aveva alcuna nozione storica o letteraria, non aveva curiosità, non provava sentimenti e non ne aveva mai sperimentato le sensazioni, neppure per i suoi familiari. Era un genio solo in due cose: le donne e i cavalli da corsa. Era il re delle feste, di una simpatia prorompente; nei night era famoso, ballava sui tavoli con le danzatrici del ventre.

Non esisteva festa al Cairo senza “Fausto”. Disponeva di tre garçonnière, non so a cosa gliene servissero tre, dal momento che aveva un pene solo. Portava gli ufficiali inglesi, se non i colonnelli o anche i gradi maggiori, ai migliori ristoranti, poi finivano la serata nei night.

Non c’era donna in tutto il Medio Oriente che non lo conoscesse, almeno di fama. Re Farouk, grande appassionato di cavalli da corsa, era riuscito a convincere la regina di Inghilterra, anche lei appassionata di purosangue inglesi, che la guerra era una cosa, l’allenamento dei cavalli un’altra. Così mio padre, che parlava l’arabo come un fallah, più altre quattro lingue, intratteneva le forze armate di Sua Maestà nei migliori ristoranti del Cairo, consigliava i cavalli sui quali scommettere, svelava ai figli della perfida Albione i segreti e l’indole delle donne orientali e non.

Dopo aver ballato sui tavoli dei night, aver all’occorrenza distribuito le chiavi delle sue garçonnière, era costretto, verso le cinque del mattino, ad avviarsi all’ippodromo reale per allenare i cavalli di Sua Maestà, per poi ritirarsi esausto al campo di deportazione, alle prime ore del mattino. Mia madre, di una bellezza hollywoodiana, fredda glaciale, pseudo intellettuale, frigida (me lo confessò lei stessa dopo il raggiungimento della mia maggiore età), egocentrica, indipendente, ribelle, non poté sfuggire all’attenzione di Fausto. Si incontrarono durante una visita al campo, si parlarono e gli opposti si attrassero inesorabilmente.

Finita la prigionia, mia madre comunicò: «Papà, ho deciso di sposarmi!». «Va bene, e con chi?» chiese mio nonno. «Con Fausto». Mio nonno, conoscendo bene la figlia, non mostrò di accusare il colpo, disse soltanto: «Ho dei soldi da parte. Li ho conservati per te: vai in Italia, prendi una laurea, poi ti sposi chi vuoi». «No. Mi voglio sposare adesso». Aveva solo diciotto anni. «Bene, se ti sposi adesso io non ti accompagno all’altare». E così fu. Non l’accompagnò, non andò neanche al ricevimento, mio nonno era fatto così. Mia madre pure. Nessuna coppia poteva essere così differente.

Anni dopo, mia madre mi confessò: «La prima notte di nozze, mi sono guardata allo specchio, e mi sono detta: “Dio mio, che stupidaggine ho fatto!».

Ebbene, io nacqui da quei due!

Chi sono

Il ricordo più antico che ho di mia madre è un bosco. Un bosco autunnale, con gli alberi dai rami spogli, una moltitudine di foglie morte, di tutte le tonalità del marrone, e uno spiazzo. Nello spiazzo siamo io, mia madre e un altro, non ricordo chi sia.

«Pierlù, aspettaci qui, vado insieme a Fulvio a vedere se c'è una strada più corta che ci riporti giù». Io aspettai, poi come un cane addestrato a non muoversi sino a nuovo comando, aspettai ancora. Mi alzai, vagai per lo spiazzo. Alla fine, ruppi le righe e mi avviai verso la direzione nella quale mia madre era sparita. Finalmente li trovai. «Ah, sei qui? Menomale che sei venuto, così ci hai risparmiato di tornare indietro a cercarti. Abbiamo trovato un sentiero che scende».

Per anni mi chiesi: se non fossi andato io, mi sarebbero venuti a cercare veramente?

Poi crebbi ancora e pensai che forse avevano soltanto voluto trovare un posto per appartarsi.

Comunque, quella sensazione di abbandono non mi ha mai lasciato in tutta la vita.

Dopo la guerra del canale di Suez tutti noi tornammo in patria, eccetto mio padre, che ritenne più opportuno prendere la nazionalità egiziana. Andò in Giordania e continuò ad allenare cavalli da corsa per la casa reale locale.

In Italia, alla meno peggio, ci sistemammo un po' tutti. Mia madre acquistò due monolocali nell'allora periferia milanese, con dei soldi che ricevette da Fausto, poi capii che si erano separati. Conoscendo quattro lingue trovò subito lavoro come segretaria all’Hotel Gallia. Io iniziai la mia lunga tournée di collegi.

Il primo fu una colonia estiva in Svizzera. Ricordo le montagne e soprattutto la merenda il pomeriggio, ci davano delle enormi fette di pane con burro e marmellata, ho ancora l’acquolina in bocca al solo pensiero. L’inverno invece lo trascorsi a Varese, in un enorme palazzo umbertino nel centro città.

Lì frequentai il mio primo anno scolastico. Il mattino lo trascorrevamo in classe; una volta finite le ore di lezione, mangiavamo e, subito dopo, un’ora e mezza di ricreazione. Se il tempo lo permetteva, ci facevano uscire sulla terrazza che sovrastava il palazzo, se invece il clima era freddo o pioveva si passava la ricreazione in un enorme salone adiacente la terrazza. Gli altri, io no. Per ordini dall’alto – mia madre – io rimanevo in terrazza con qualsiasi tempo, tutto imbacuccato o con un impermeabile se pioveva. Schiacciavo il volto contro la vetrata del salone cercando di creare delle smorfie terrificanti; i miei compagni, da dentro, mi rispondevano allo stesso modo, schiacciando la lingua e le guance contro il vetro, sino a che non interveniva qualche tutore per allontanarli. Allora partivo di corsa sotto la pioggia sino all’altra estremità della terrazza, per poi ritornare saltellando verso il salone; un paio di compagni mi attendevano fedeli. Iniziavamo una mimica cercando di comunicarci chi sa quali idiozie. Poi la ricreazione finiva, e finì anche l’anno scolastico.

Di nuovo colonia estiva in Svizzera. Alla fine dell’estate, quando mia madre mi venne a prendere, invece di tornare a Milano, proseguimmo per Roma. Nella capitale i miei nonni, sul finire degli anni Cinquanta, con i risparmi salvati, avevano preso in affitto un appartamento di sette stanze nella centralissima via del Babbuino, trasformandolo in una pensione. Una lucente targa sul portone indicava: “Pensione Pasquale, 3°piano”.

Mio nonno, padrone di ben sei lingue, lo ricordo molto fiero di questa sua nuova attività, intrapresa ormai verso i sessant’anni. L’unico problema, non indifferente, era dover trasportare su e giù le valigie della clientela per tre piani. Pur essendo stato uno sportivo per gran parte della vita, la cosa lo stancava terribilmente; spesso lo vedevo fermarsi ansimante, per una breve pausa, ai pianerottoli. Io ero troppo piccolo per poterlo aiutare, lui troppo orgoglioso per chiederlo.

Il personale della pensione era composto di sole due unità: mio nonno, che portava su le valigie, parlava con la clientela internazionale sfoggiando le sue capacità linguistiche, faceva la contabilità, aiutava nelle pulizie, irradiando una calma e una signorilità da uomo del secolo precedente. E mia nonna, con la sua lunga treccia un tempo bionda che le arrivava sin oltre la vita, che attorcigliava in testa con l’aiuto di decine di forcine, provvedeva alle pulizie, alla lavanderia, alle colazioni. Pur essendo una lavoratrice responsabile, era isterica e sorda, urlava e borbottava in continuazione. «Piano che ti sentono!» implorava mio nonno. Ma lei, non sentendo, non si accorgeva del proprio volume di voce, quindi era tutto un chiudere di porte per non disturbare la clientela.

Della clientela ricordo il giudice, che mio nonno intratteneva con interminabili partite a scacchi, qualche pittore astrattista squattrinato, della cui arte mio nonno non condivideva assolutamente nulla. E poi lei, la puttana, ma d’alto bordo. Aveva soltanto uno o due amanti per volta, mai in pensione, sia ben chiaro. Ogni volta che per qualche motivo dovevo bussarle alla porta, mi apriva regolarmente nuda: «Oh, sei tu!» e con le mani si copriva solamente i seni. Cosi, all’età di sette o otto anni, vidi per la prima volta la “passera”, e ne rimasi folgorato.

Ma l’orgoglio della pensione Pasquale era il corpo di ballo dell'orchestra reale giapponese. Nove geishe vestite di tutto punto vennero per tre anni di seguito. Regolarmente, mio nonno si faceva fotografare insieme a loro davanti al portone, e le foto finivano sempre nella sezione locale del maggiore quotidiano cittadino. Nella mia vita la pensione Pasquale fu un oasi di pace e apprendimento, intramezzata dal collegio.

Un’altra oasi di pace era il Natale; mia madre mi portava in montagna per le feste, in località Sestriere. Del Sestriere ricordo le due torri, due alberghi privi di scale; vi si saliva all'interno passando per un lungo corridoio a spirale, le stanze si affacciavano su di esso. Non c’erano piani, solo un lungo susseguirsi di porte. Io facevo parte del secondo corso di sci, seguivamo il nostro maestro come una covata di anatroccoli segue la propria madre. A quel tempo, per calzare una corretta misura di sci, ci si metteva in piedi belli impettiti, si alzava il braccio, lo si tendeva sopra la testa e si piegava il polso: quella era la misura perfetta. Per attaccarli agli scarponi occorreva un’altra impresa, per bloccarli o sboccarli a noi bimbi c'era bisogno dell’aiuto del maestro. «Bimbi, allargate gli sci, unite le punte, piegate le ginocchia, poggiate gli sci sullo spigolo interno, buttate il corpo a sinistra verso valle, così… vedete? Piano, piano, si gira a destra». Così ci diceva il maestro mostrando i movimenti sulle piste per principianti.

Una volta, sfortunatamente, sul finire della giornata mia madre, presa da un attacco di mammismo, decise che era giunto il tempo per me di affrontare una pista leggermente più impegnativa. «Vieni, facciamo la tre». «Mamma, ma non l’abbiamo mai fatta!». «Bene, la facciamo insieme».

Prendemmo lo skilift, afferrammo il gancio al volo, ci infilammo la racchetta in mezzo alle gambe e via su. Il freddo pizzicava sul viso, ero concentratissimo per non cadere. Con passetti rapidi cercavo di riallineare gli sci nel solco creato dagli sciatori che ci avevano preceduti. Mia madre davanti a me: «Cerca di non cadere, se cadi aspettami». Non caddi, superammo l’altitudine delle piste alle quali ero abituato e continuammo a salire, finalmente arrivammo a destinazione. Mi staccai dal gancio ed in un attimo di relax guardai giù, non avevo mai visto la vallata del Sestriere da una simile altezza, l’ombra delle cime che la circondavano si proiettavano sulla città. « Seguimi e fai esattamente i miei movimenti». «Va bene». Discesa in diagonale sugli spigoli a monte, spazzaneve a destra, altra diagonale, spazzaneve a sinistra, dove la pendenza era elevata un po’ di derapata, e via così sino a valle.

Giunsi indenne e devo confessare che mi sentii orgoglioso. «Ora fattene un’altra da solo, io ti aspetto in albergo». Mi caddero le braccia, ma che potevo fare?

Ripresi lo skilift, oramai la giornata era finita ed eravamo in pochi, molti ganci infatti erano vuoti. Arrivai in cima, i pochi adulti scendevano come delle frecce buttandosi giù in slalom. Io con la mia tecnica da principiante iniziai: spazzaneve a destra, diagonale, altro spazzaneve a sinistra, altra diagonale. Poi, l’imprevisto, acquistai velocità durante una diagonale, non riuscivo a rallentare per impostare un altro spazzaneve, uscii di pista, neanche la neve fresca del fuori pista mi fermò, allora mi buttai a terra. La corsa finì contro un monticello di neve che doveva ricoprire dei rami secchi di un cespuglio, i miei sci si intrecciarono e si conficcarono disordinatamente tra gli arbusti e lì mi fermai. Non era successo niente di grave, ero solo caduto. Mi tolsi una racchetta e cercai con la mano di sganciare almeno il morsetto di uno scarpone, ma mi era impossibile; il monticello di neve, che mi sovrastava, ma soprattutto i rami secchi, mi impedivano di arrivare ai piedi. Tentai, nulla, provai ancora, tre o quattro volte, infine mi resi conto che ero rimasto incastrato e senza un aiuto esterno non mi sarei mai liberato.

Passò un bolide lungo la pista: «Signore! Signore!». Nulla, era già arrivato a valle. Ne passò un altro, stessa scena. Inutile. Continuai ad invocare aiuto a quei pochi “signori bolidi” che passavano, ma furono tentativi vani. Di lì a poco lo skilift si fermò, i ganci dondolarono a lungo prima di rimanere immobili, il silenzio della natura mi circondava. Calava velocemente il buio, a valle le luci del Sestriere iniziavano ad accendersi, le torri illuminate risplendevano lucenti nella loro altezza. Mia madre era laggiù, mi chiedevo quanto tempo avrebbe impiegato a realizzare in che situazione mi trovavo. Dovevo solo aspettare.

La sera in brevissimo tempo fu avvolta dal buio della notte, ora il Sestriere era completamente illuminato e contrastava splendidamente con l’oscurità che mi avviluppava, la temperatura iniziava ad essere pungente ed io avevo bisogno di fare pipì. Il maestro, quando avevamo freddo, ci diceva sempre di muoverci, battere le mani, sbattere i piedi. Iniziai a muovere le dita dei piedi, poi mi misi seduto e sbattevo le mani ma mi stancai presto, avevo un problema molto più impellente adesso, la pipì. Per anni, dormendo, me l’ero fatta addosso, sino ai tempi della Svizzera, ma ora non dormivo e non potevo farmela addosso da sveglio. Magari, se ne avessi fatta solo un po’… Ci provai, ma una volta aperte le valvole non riuscii più a chiuderle. Una colata liquida ma soprattutto calda mi avvolse il bacino e le gambe. Un attimo di benessere, di breve durata, il calore iniziale andò lentamente disperdendosi per sostituirsi pian piano con un freddo ancora più acuto. Quasi distrattamente vidi delle luci, prima tre, poi una decina, poi col passare di qualche minuto diventarono venti, forse di più. Ora, tutto il piazzale prospiciente la stazione dello skilift era illuminato da una miriade di bagliori, si muovevano, si raggruppavano, sembravano delle formiche illuminate in cerca di cibo. Sapevo chi erano, li avevo visti all’opera la notte di capodanno scivolare armoniosamente dalla vetta che sovrasta il Sestriere come due colate di lava: i maestri di sci con le fiaccole. Il cavo dello skilift diede uno scossone, i ganci dondolarono un attimo, poi ripartirono. Lentamente l’intera sciovia s’illuminò. Sapevo che sarebbero scesi lentamente, molto lentamente, almeno così avevano fatto a capodanno. Torcendomi il più possibile il mio sguardo li seguiva con attenzione. Presi la mira, quando fui sicuro che i primi erano a portata urlai: «Sono qui!». Subito il gruppo si fermò. «Sono qui». «Dove?».

«Qui! Qui! Qui!» sbraitavo. «L’abbiamo trovato, è qui sulla destra» sentenziò una voce.

Ora mille soli mi illuminavano, delle ombre mi attorniavano, una di queste si chinò su di me, era il mio maestro: «Pierlù, come stai?». «Bene, ho gli sci incastrati sotto i rami. Non sono riuscito a sganciare gli attacchi». «Riesci a muovere i piedi?». «No, muovo le dita dentro gli scarponi, ma non riesco a muovere gli scarponi». «E le ginocchia?». «Poco, sento un peso che le blocca». «Allora non ti sei fatto niente di grave» finalmente realizzò.

Si misero a scavare un po’ di neve tutto intorno agli sci, poi il maestro da dietro mi cinse il busto con un braccio e mi sfilò dal cespuglio, come fossi una banana liberata dalla buccia. Una volta in piedi, mi presero a scappellotti dappertutto, successivamente mi diedero una bevanda calda. «Lo portiamo giù in barella?» chiese una voce. «No, no, il giovanotto scende giù con me, vero Pierlù? Scendiamo insieme» sentenziò il mio maestro. Mossi la testa in segno affermativo, da bimbo ero diventato improvvisamente giovanotto. Mi mise in mezzo ai suoi sci afferrandomi per il petto con una mano. «Fai come me, spazzaneve a sinistra, apriamo lo sci di destra. corpo a valle, e riuniamo gli sci». E poi, rivolto agli altri: «Allora noi andiamo!». Un gruppo partì per la discesa, altri quattro o cinque ci precedevano di poco con le torce alte per illuminare la pista. E così mi portarono a valle lentamente, senza neanche darmi il tempo di piangere.

Lasciammo Milano per trasferirci a Roma. Altro collegio, altra montagna natalizia. Il collegio era situato oltre l'allora periferia romana, si prendeva dalla stazione Termini uno scalcinato tram per una trentina di minuti, si arrivava al capolinea, poi dal lato opposto, si passava per un prato quasi al confine con l’agro romano, dove nel dopoguerra era stato ucciso il famigerato Gobbo; si attraversava il deprimente quartiere chiamato il Quarticciolo ed appariva questa collinetta perfetta in mezzo alla campagna, con le aiuole e le siepi che costeggiavano il vialetto di accesso. Il contrasto era stridente. Sulla sommità dell’edificio un enorme Cristo a braccia larghe ci accoglieva, sorpassavamo la marana che costeggiava il muro di cinta ed eccoci arrivati.

Lì rimasi per i quattro anni delle elementari che mi rimanevano ancora da frequentare. Il sabato pomeriggio si andava a casa per rientrarvi la domenica sera. Il collegio era gestito da un gruppo di suore battistine e devo dire che non stetti male. Presto divenni chierichetto. Essendo mattiniero, scendevo giù nella cappella del collegio prima delle lezioni, dove un prete arrivava ogni mattina per celebrare la messa a quelle pie monache. Con l’esperienza diventai un virtuoso dell’incensiere, lo facevo roteare con la stessa facilità con la quale gli sbandieratori di Siena facevano volteggiare le loro bandiere, e anche per saperlo caricare occorreva una certa dimestichezza, perché durante le cerimonie giornaliere la parsimonia era d’obbligo, ma se arrivava un parroco o un altro prelato mandato chi sa da chi, allora dovevo fare del mio meglio. Riuscivo ad affumicare talmente tanto la cappella da costringere tutti i presenti ad una tosse repressa per non importunare la mia voce che, proveniente dall’interno di una nuvola, recitava pia i salmi. Sicuramente favorito anche dal mio aspetto angelico, fatto sta che capii subito il rapporto che intercorreva tra l’essere il primo chierichetto e la qualità della vita in collegio.

Le giornate erano tutto un gioco, non ricordo alcuna angoscia o pesantezza scolastica. I campi incolti dietro l’edificio erano enormi praterie da esplorare sotto l’attenta sorveglianza di suor Maria Cecilia. A ripensare oggi all’abbigliamento delle monache, mi viene in mente il burqa di alcune donne musulmane; nonostante il loro volto scoperto, per i quattro anni che rimasi lì non vidi mai i capelli di una suora.

Le estati le trascorrevo alla pensione Pasquale con i nonni. Nel 1960, ricordo, trascorsi un tempo interminabile in piedi su una sedia, affacciato sulla via principale. Sia i marciapiedi che le finestre erano gremiti di gente, accanto a me il nonno continuava a spiegarmi delle cose che non riuscivo a comprendere; mi aveva chiarito perché il supermercato che avevano appena aperto guadagnasse di più dei normali negozi pur vendendo a meno. Quelle sedute col nonno alla finestra non erano altro che insegnamenti orali che giorno per giorno, anno dopo anno, mi impartiva.

Ora mi stava parlando di sport, non di uno ma di tanti messi insieme, con tante nazioni che sarebbero venute in Italia. Già sapevo che la domenica giocava sia la Roma che la Lazio, ma quel concetto di tanti sport insieme mi sfuggiva un po’. All’improvviso la folla prese a rumoreggiare, passò un vigile su una moto Guzzi, con gesti e fischi invitava tutti a risalire sul marciapiede. «Tima! Tima! Arriva!». Facemmo posto anche a mia nonna. Passarono due vigili in moto, costeggiando i marciapiedi, una pantera della polizia li seguiva, poi fu la volta di una macchina decappottabile con tutti i passeggeri in piedi ed infine lui: un omino tutto di bianco vestito, con dei pantaloncini corti immacolati, che correndo teneva in mano una fiaccola, la luce della quale doveva infastidirlo, giacché portava degli occhiali da sole. Nel frattempo nonno mi parlava di un braciere da accendere, e di una donna, penso, di nome Olimpia.

La cosa non finì lì. Qualche giorno dopo, il nonno salì tutto agitato dal bar, nel quale avevano installato per l’occasione un televisore. «Ha vinto!». «Chi?» chiesi subito incuriosito. «Berruti». «E chi è Berruti?». «L’atleta che è passato qui sotto l’altro giorno. Ha vinto con tutti gli occhiali! Ha sbaragliato gli americani». Mi sentii in dovere di condividere l’entusiasmo di mio nonno. «Evviva! Evviva!». Poi, non sapendo come comportarmi, domandai: «E adesso cosa facciamo?» sperando in un gelato oppure in un pomeriggio al cinema. «Adesso abbiamo ancora Benvenuti e De Piccoli». «Anche loro hanno gli occhiali?». «Ma no, Pierlù, loro hanno i guantoni».

Alcuni giorni dopo vi fu una discussione a casa. Non ne capivo esattamente la motivazione, ma sapevo che il soggetto ero io e che nonno l’ebbe vinta, perché sul far del tramonto mi ordinò: «Andiamo!» ed io scodinzolante lo seguii. Prendemmo l’autobus ed arrivammo al Colosseo, anche lì la folla era stipata dietro le transenne sui marciapiedi; si era fatto buio, ma sia il Colosseo che via dei Fori Imperiali erano illuminate a giorno. Gustandoci un gelato, il nonno nell’attesa mi parlò di una battaglia e di un messaggero che era corso per portare la notizia, poi mi disse che anche un altro messaggero, questa volta italiano, aveva corso per portare anche lui una notizia, ma a pochi metri dall’arrivo era svenuto e avevano dovuto aiutarlo per poterla consegnare. La folla rumoreggiò, nonno mi fece salire a cavalcioni sulle spalle, passarono i soliti vigili in moto, la pantera della polizia, l’auto decappottabile con tutti i passeggeri in piedi, ed in fondo alla strada apparve lui.

Era un nero magro magro. Il nonno mi disse che veniva da un Paese dell’Africa, per questo era scalzo, io invece pensai che le scarpe gli si dovevano essere consumate strada facendo. L’aspetto denotava un’immensa stanchezza, e per un attimo pensai che se fosse stato bianco sarebbe potuto essere il Cristo che scappava dalla croce il più velocemente possibile. La folla lo incitava applaudendo ed urlando. «Bravo! Vai, go, go». Dopo un po’, ne passarono altri di Cristi in fuga, la folla li incitava alla stessa maniera, indistintamente. Quando tutto fu finito chiesi: «Nonno, ma portavano tutti un messaggio?». «Sì». «E che messaggio portavano?». «Ognuno ne portava uno diverso, il suo messaggio, il messaggio della sua patria».

Salimmo sul mezzo per tornare a casa e prima di addormentarmi, sul sedile, ripensando a quel nero, mi sentii un po’ in colpa con tutta la folla urlante. Forse, se non l’avessimo così tanto incitato, si sarebbe potuto sedere e avrebbe potuto massaggiare un po’ i piedi, riprendere fiato, magari bere anche un sorso d’acqua. In fondo, il messaggio poteva anche consegnarlo un po' più tardi. Questa fu la mia esperienza delle famose Olimpiadi di Roma del 1960.

La montagna accanto a Roma si chiamava e si chiama tuttora “il Terminillo”. Mia madre prenotava sempre per le vacanze natalizie una stanza in un albergo in fondo ad una conca, un po’ distanziato dal centro. Non ricordo più il nome, dopo cinquant'anni dovrei tornarvi per vedere se esiste ancora. A differenza del periodo al Sestriere, io vi rimanevo per tutto il periodo natalizio, mentre mia madre era costretta ad assentarsi per alcuni giorni per motivi di lavoro.

«Pierlù, la mattina vai a scuola di sci» mi disse un giorno prima di partire «poi vieni qui, mangi, il pomeriggio rifai le piste che hai già fatto col maestro, poi fai i compiti, vai a cena, vedi la televisione e subito dopo “Carosello” vai a letto. Hai capito? Guarda che ho già parlato con la direttrice e ti controllerà». Per me non esisteva alcun problema, l’unica cosa che mi imbarazzava era la cena. La sala da pranzo era enorme, con una capienza di centocinquanta o duecento persone.


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